Short cuts: i cd in breve... - Macallè Blues

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Short cuts: i cd in breve...


Short cuts: i cd in breve...: in questa sezione del sito, troverete le recensioni delle novità discografiche, ma in versione compressa!

MANUEL TAVONI

"Back to the essence"

Autoprodotto (I) - 2017

Fight for my freedom/I'm talking about the blues/Free to be/Back to the essence/My baby doesn't speak/The party/Here with you/Walking down the river/When the world sleeps/My grandma/Angel of the night/I take a moment

Quest’esordio di Manuel Tavoni recita il mantra della coralità. Sebbene chitarrista (e cantante e autore di tutti i brani) e malgrado le indubbie capacità tecniche e un suono di chitarra poderoso, Tavoni non fa gare davanti allo specchio e non sembra ambire al vano titolo di 'next guitar hero'; lascia, piuttosto, che tanto il suo strumento quanto il resto della band insufflino il giusto ossigeno alle canzoni. Cosicché, Back To The Essence appare come una creatura dalle movenze facilmente armoniche e ben controllate. Soul, funk, blues e un pizzico di intelligente pop tracciano il perimetro di un disco che gode, nella sua interezza, di arrangiamenti curatissimi e sonorità moderne. E almeno un paio di brani, qui, sfoderano un deciso appeal radiofonico: penso a Free To Be e My Baby Doesn’t Speak, per dire. Mentre anche gli episodi più “tradizionali” come la titletrack sanno stupire con venature inattese, in questo caso il taglio gospel inserito dai cori.
E’ un esordio, sì, ma possiede già le carte giuste per abbattere, con fierezza, più di un confine. G.R.

LEONARD GRIFFIES

"Better late than no time soon"

Pangoboy Rec. (USA) - 2017

Look me in the eye/I'm not like that/I got news/What's a man to do/What you got is what you get/Leave this town/I do love you/You done stepped in it now/Goin' downhill/Ain't no happy home/Up and at 'em/Better late than no time soon/A dollar or two/I'm good where I am

La chitarra liquida e il canto abraso di Leonard Griffies si muovono con facile agio sulle tracce di questo Better Late Than No Time Soon. Disco dagli arrangiamenti e dai suoni estremamente curati, parente prossimo, in fatto di sonorità, ancorchè ammodernate, del Chicago West-Side sorprendentemente offre, con uno dei pochi brani che si distanziano da questo stilema, l’episodio più rimarchevole dell'intera raccolta. I Got News, infatti, sembra uscito direttamente dalle sale di registrazione della Memphis dei tempi d'oro, quando vi trafficavano anche i compianti Wayne Jackson e Andrew Love. Al netto di questo episodio e di un paio d’altri, Goin’ Downhill e Up And At ’Em, di chiara ispirazione jazzistica, il resto del programma segue, col supporto prezioso di una solidissima band con fiati, la via indicata un tempo da Magic Sam, adeguandola al presente e completandola con una scrittura interamente personale e generalmente felice. G.R.

CASSIE KEENUM & RICK RANDLETT

"Hauntings"

Fox Run Rec. (USA) - 2017

Seventh day/One more last time/Won't make that mistake again/All along/Hallelujah/She's gone/Early in the morning/Get lit/Minute man/Born with wings/How long

Duo blues di base in Florida, Keenum e Randlett, rispettivamente voce e chitarra, hanno entrambi storie musicali individuali alle spalle che convergono in questa neonata formazione, cementata attorno ad una sparsa strumentazione: un basso e un batteria riservati e l’armonica di Little Mike a ornare un paio di episodi.
Il materiale, quasi completamente partorito dalle penne dei due protagonisti, si dipana su trame fondamentalmente blues con occasionali venature di country e gospel nella mescola finale. Il tutto muove dalle magiche, sinistre atmosfere dell’iniziale Seventh Day per trasfigurare in episodi più sagaci e divertiti come Minute Man ("...he can’t do nothing better than my own right hand…"). Unica cover, in un disco di inediti, è la rilettura del lirico Leonard Cohen e della sua Hallelujah. Tanti si sono misurati con questo capolavoro, che soltanto Jeff Buckley ha saputo rendere più luminoso. Cassie Keenum e Rick Randlett, lontani dal ricavarne inesplorate profondità, la rileggono con una lunga introduzione strumentale arricchita da un delicato e sommesso suono di slide. G.R.

ALASTAIR GREENE

"Dream train"

Rip Cat Rec. (USA) - 2017

Dream train/Big bad wolf/Nome Zayne/Another lie/Song for Rufus/I'm the taker/Daredevil/Grateful Swagger/Rain stomp/Demons down/Iowa/Down to Memphis/Lucky 13

Alastair Greene, ovvero come trascorrere sette anni nella band di Alan Parson e riproporsi, solista, sotto le spoglie del blues-rocker. E Greene si ripresenta in tal veste con la sponsorizzante partecipazione di un esercito di ben noti ospiti. Sono, infatti, della partita, a dar maggior credito al protagonista, nell’ordine: Coco Montoya, Debbie Davis, Walter Trout, Mike Zito, Dennis Grueling e Mike Finnigan. E ognuno di loro aggiunge il proprio personale, distintivo tocco. Così, per esempio, Walter Trout insaporisce il torrido slow Another Lie, Debbie Davis aggiunge il suo esuberante gusto allo strumentale Greatful Swagger, Mike Zito si aggrega in Down To Memphis alla formazione base che, manco a dirlo, è il classico trio, ritmica più chitarra solista. Ad eccezione dell’inedito Nome Zayne, scritto da Billy Gibbons, il resto dei brani qui inclusi è interamente autografo. Stilisticamente, dalla rotta principale del rock-blues si discostano soltanto l’acustica, intimista Song For Rufus e Iowa, ibrida sperimentazione in vitro tra Grateful Dead e Allman Brothers. G.R.

JOEL DaSILVA

"Everywhere from here"

Track of Life Music Rec. (USA) - 2017

Shake/Everyday man/Down in the Delta/Chasin' the sun/Cadillac mama/Bad world/This day I bleed/Spell on me/Time heals all wounds/My brazilian soul

Il titolo è autoesplicativo: partiamo da qui e andiamo un po’ ovunque! Difficile, infatti, individuare un indirizzo stilistico univoco in quest’opera nuova del giovane DaSilva, chitarrista cantante di origini brasiliane ma chicagoano di adozione e frequentazione. A giudicare il ragazzo così, a occhio nudo, ci si potrebbe attendere del rockabilly calato tra le tracce e, in parte pure lo si trova. Ma questa sarebbe soltanto una faccia del poliedro musicale proposto. Le facce restanti sono le sinuose, ammiccanti Shake e Down In The Delta, la ballata rock di Everyday Man, il moderno country Chasin’ The Sun, lo shuffle di Cadillac Mama e Spell On Me così come la squisita rhumba con fisarmonica incorporata di Bad World. Su tutto, troneggia, mai invadente, la voce rotonda, corposa di una chitarra lontanamente ispirata, nel tono, a sua altezza B.B. King. G.R.

61 GHOSTS

"...to the edge"

Bluzpik Media Group Rec. (USA) - 2017  EP

Heartbeat/No one at your door/World gone crazy/If tears were dirt/Show me your scars/Passion tipped arrow

Nel dare uno sguardo alla copertina di questo EP e, più ancora al retro della stessa, nella fotografia sfocata di quel trio diretto ed essenziale che sono i 61 Ghosts pare già di intravedere quanto ci si può attendere dall’ascolto. Difficile aspettarsi del blues in senso stretto. Piuttosto, un insano incrocio tra Stooges, Morphine, Nick Cave. Non facevano certo blues questi balordi, ma Dio solo sa quanto blues avessero ascoltato nei loro anni formativi e ancora si potesse intuire tra le pieghe delle loro note mature.
Così si rivelano i 61 Ghosts in questo minidisco che prende il blues nella sua forma più sostanziale e torrida, gli sputa addosso salivate di primitivo rock’n’roll, roots, punk, garage, cantautorali visioni. La chitarra, la voce e i testi di Joe Mazzari sono echi del suo passato coi New York Dolls e Johnny Thunders e la batteria di Dixie Deadwood è quella di chi accompagna abitualmente uno come Leo “Bud” Welch. A loro, si aggiunge il voluminoso basso di J.P. Sipe. Il risultato: come se Rory Gallagher e Bob Dylan si ritrovassero, una sera, per suonare un po' di Mississippi Hill Country Blues! G.R.

GABRIELE DODERO

"Stories for a friend"

Blues Made In Italy Rec. (I) - 2017

Stagger Lee/Hard time killin' floor/Deep river blues/The cape/Saturday night shuffle/Coyotes/Trouble in mind/Going down the road feelin' bad/Feelin' good/I want Jesus/El coyote/Windy and warm/I shall not be moved

Nell’excursus musicale del padovano Gabriele Dodero ci sono diversi strumenti e percorsi. Qui, però, tutto torna al punto di partenza, a quella chitarra acustica, amata fin dal principio e ora resa protagonista indiscussa, insieme al canto e alle parole, in Stories For A Friend. Il disco si basa interamente sulla preziosa dialettica tra chitarra e voce e si snoda, in solitaria, su un itinerario musicale fatto di classici, intesi tanto come brani così come autori. Basta dare una rapida scorsa alla playlist per capire che non di solo blues vivrà l’ascoltatore, ma di ogni più tipica espressione popolare d’oltreoceano: folk, spiritual, country. Qui, Dodero, sceglie di raccontarsi attraverso le voci di autori i più diversi, ma tutti accomunati dal senso di un’intima, profonda narrazione. Così Skip James convive con Doc Watson, Merle Travis, il sommo Guy Clark e una sorprendente, personale rilettura della Nina Simone di Feelin’ Good. Un disco raccolto, sommesso e, ad un tempo, intenso. G.R.

ROB LUTES

"Walk in the dark"

Lucky Bear Rec. (CAN) - 2017

A little room/There's no way to tell you that tonight/Pumping love/I am the blues/Whistling past the graveyard/Walk in the dark/Spence/Rocky mountain time/Bigger/Rabbit/Hardest thing of all/Believe in something/Better past

Posto comodamente sull’intersezione tra folk, roots, americana, blues e canzone d’autore, il canadese Rob Lutes confeziona quello che non fatico a considerare come uno dei migliori dischi unplugged dell’anno. In realtà, il blues come definita forma musicale qui non è apertamente manifesto; lo si può solo scorgere, in modo più o meno netto, in filigrana, controluce, in una buona parte del disco o scovato nel motivo ispiratore di There’s No Way To Tell You That Tonight, ballata dedicata a James Cotton.
Canadese come Paul Reddick, ottimo autore come Paul Reddick, evoca un po’ l’animaccia di Reddick, come fosse ripresa dai suoi Villanelle o Sugarbird, in questo che, di Lutes, è il settimo disco ed è composto, al netto di una rilettura del John Prine di Rocky Mountain Time, interamente da brani autografi. Registrato, in un paio di giorni, lo scorso gennaio, Lutes pare dirci, già attraverso il titolo, quanto questo Walk In The Dark sia stato un viaggio nell’ignoto. Come se, arrivato in studio, le canzoni gli si fossero rivelate quasi al pari di un mistero che, improvvisamente, un gruppo di ottimi comprimari ha contribuito a disvelare. G.R.

ANDREW CHAPMAN a.k.a. JOJO

"Well, it's about time"

UpIsland Rec. (USA) - 2017

That's the kind of day I had today/Face of love/Harley hotstuff/Still got the message/You've got a lover/The fit & the feel/She don't mess with my buzz/Will you recognize me/Bag of bones/Plane ride from Paris/That takes some balls/Talk to me/Butterfly

La storia di Andrew “JoJo” Chapman si accompagna a quella del bassista, polistrumentista, autore, e produttore Terry Wilson. I due si incontrano, fondano la band dei Bloontz e iniziano a suonare, in Texas, nei primi anni ‘70. Malgrado, per ambizioni e capacità, siano entrambi indirizzati verso una carriera di successo, poco più in là, Andrew Chapman, schifato dai putridi contorni dell’ambiente musicale, si allontanerà da quel mondo per abbracciare la vita del comune mortale, lavorando prima come gestore di alberghi e, poi, entrando nel settore della finanza.
L’amore per la musica, però, non lo abbandonerà mai e, tra un investimento e l’altro, continuerà a scrivere ottime canzoni. Canzoni argute, intriganti, da vero, capace autore. Così, il sogno lungamente coltivato da Chapman e Wilson di incidere insieme si realizza con questo eloquente Well, It’s About Time. Prodotto da Wilson stesso, con la compartecipazione di Tony Braunagel, il disco si apre con la bellissima, neorleansiana That’s The Kind Of Day I Had Today. New Orleans tornerà, poi, ad accennarsi con She Don’t Mess With My Buzz, mentre The Fit & The Feel riporterà alla mente i Beatles di Sgt. Pepper's. Ma, al netto di qualche sporadica divagazione country & soul Well, It’s About Time ci rivela un personaggio assai interessante, fermo al bivio tra Delbert McClinton e Southside Johnny. G.R.

SCOTT ELLISON

"Good morning midnight"

Red Parlor Rec. (USA) - 2017

Sanctified/No man's land/Gone for good/Last breath/Hope and faith/Another day in paradise/You made a mess (outta me)/Good morning midnight/Tangled/Wheelhouse/Big city/Mysterious/When you loves me like this

Noto per i suoi lavori in studio con Eric Clapton, JJ Cale e Bonnie Raitt, Walt Richmond è il produttore e coautore del nuovo disco di Scott Ellison, il nono nella carriera di questo valido chitarrista dell’Oklaoma, già in forze, al tempo che fu, nella band del leggendario Clarence ‘Gatemouth’ Brown.
L’album, che contiene un paio di sconfinamenti a sorpresa nei territori del reggae (Hope And Faith) e del jazz (Wheelhouse), nella sua restante parte si assesta su solide fondamenta blues, con l’aggiunta occasionale di un pizzico di rock e di qualche spezia fuori ricetta a partire dall’iniziale Sanctified, brano principe del disco, dalle sonorità palesemente neworleansiane, felice incontro di second line e coretti gospel. L’album coinvolge una ventina di musicisti differenti e il canto è equamente ripartito tra Ellison stesso e il roccioso Chris Campbell. A fare da denominatore comune, la vigorosa chitarra di Scott Ellison, spesso eloquente nei suoi espliciti rimandi a Freddie King. G.R.

WILD MEG & THE MELLOW CATS

"Scorched!"

Autoprodotto Rec. (I) - 2017

Oakie boogie/Love me right/Nursery rhyme rock/Scorched/Money blues/Baby girl of mine/Till the well runs dry/See see rider

Gli anni di mezzo del secolo scorso e loro colonna sonora portante, il R&B rivivono, rispolverati con cura, competenza ed evidente passione, in questo disco d'esordio di Wild Meg & The Mellow Cats. La band è un combo, compatto e dinamico, di musicisti che dimostrano di ben conoscere il genere in questione. E il repertorio che propongono con Scorced! rievoca, con gusto e brio, tutti i fasti di quel periodo storico pescando, le canzoni inserite in scaletta, direttamente dal campionario di alcuni tra i santoni dell'epoca come Sister Wynona Carr, Varetta Dillard, Bobby Sharp. L’unica deviazione cronologica è costituita dalla conclusiva See See Rider di Ma Raney. A maneggiare con sicurezza questo pugno di brani, la voce convinta, decisa e dai deliziosi riflessi scuri, di Wild Meg a cui si affianca la chitarra di Mat Miglioli, in più occasioni protagonista di interventi squisitamente inventivi. G.R.

JOHN PRIMER & BOB CORRITORE

"Ain't nothing you can do!"

Delta Groove Rec. (USA) - 2017

Poor man blues/Elevate me mama/Hold me in your arms/Big leg woman/Gambling blues/Harmonica boogaloo/Ain't nothing you can do/For the love of a woman/May I have a talk with you/When I leave home

Dalla Windy City, tira forte un’aria di southside. Del resto, cosa ci si potrebbe mai aspettare da uno come John Primer se non del sano, genuino Chicago Blues. Uomo della vecchia scuola, mai smentita o rinnegata, coi muscoli ben allenati e ancora tesi dai lunghi anni di palestra con Muddy Waters prima e Magic Slim poi, si presenta nuovamente in accoppiata con l’armonicista Bob Corritore, compare dall’indubbia, già dimostrata, affidabilità e con pari affinità stilistiche. I due ripropongono, in questa nuova uscita, alcuni brani che non sono, per Primer, dei veri e propri inediti essendo già stati da lui precedentemente incisi, anche se su altre, meno blasonate, etichette come l’austriaca Wolf. E lo fanno avvalendosi, qua e la, del supporto di alcuni personaggini molto ben radicati nel contesto chicagoano come il giovane Big Jon Atkinson e Barellhouse Chuck. Completa il quadro, il prezioso cameo di un cimelio storico come il novantenne pianista Henry Gray.
Non sarà un caposcuola John Primer, ma la sua chitarra e la sua slide si distinguono e restano testimoni, tra gli ultimi, di una lunga, immortale tradizione. G.R.

JOHNNY RAY JONES

"Feet back in the door"

Moondogg Rec. (USA) - 2017

Feet back in the door/Hole in your soul/Come up and see me sometime/High cost of loving/Hard times won/Love-itis/I'm a bluesman/A certain girl/In the heart of the city/Hearts have turned to stone

Sebbene questo sia il primo disco solista dell’illustre sconosciuto Johnny Ray Jones, a ben vedere, proprio proprio sconosciuto non sembrerebbe. Il suo curriculum, infatti, ci ricorda i trascorsi come vocalist con Sam “Bluzman” Taylor e Big Joe Turner oltre che i vanti di una presenza costante sulla scena blues di Los Angeles e dell’avere avuto Tina Mayfield, vedova di tanto Percy, per madrina.
Questo disco, però, ha avuto una lenta, lentissima gestazione. Le registrazioni, infatti, sono cominciate ben ventidue anni fa quando furono registrate quattro delle dieci tracce che compongono Feet back in the door. Le successive sei, invece, risalgono al passato biennio 2015-2016 e, aggiunte alle precedenti, sono andate a formare un solido e ben amalgamato esempio di moderno R&B. Supportato da un manipolo di musicisti solidissimi come Tony Braunagel (qui, anche produttore), Joe Sublet, Johnny Lee Schell, Mike Finnigan e una robusta sezione fiati, Johnny Ray Jones muove le sue corde vocali su un repertorio che include piccole gemme scritte da alcune tra le migliori penne in circolazione come Arthur Adams, Allen Toussaint o Leon Russell. A ciò, aggiunge un unico brano autografo, In the heart of the city, timida dimostrazione di non banali capacità d'autore. Con una voce che è un po' Long John Baldry, un po' Tony Joe White, Jones offre, con consumata sicurezza, alcune ottime interpretazioni: dall’iniziale titletrack che beneficia di una chitarra copia carbone, per stile e suono, di quella di B.B. King,  alla meravigliosa Certain girl. Il suono Stax detta ancora legge in Love-itis, vecchio hit della J. Geils Band mentre Coco Montoya partecipa alla buona riuscita di Hole in your soul. Unico brano la cui interpretazione vocale non convince a fondo è I’m a bluesman le cui versioni precedenti di Z.Z. Hill e Bobby Bland restano ancora imbattute. G.R.

SCOTTIE MILLER BAND

"Stay above water"

Vulfy Rec. (USA) - 2017

Burned all my bridges/Keep this good thing going (feat. Ruthie Foster)/Stay above water/Falter/Same page/It better groove/Guardian angel/Circles/It's what you do/Rippin' and runnin'/Come along/Goodbye

C’è veramente molto di buono in questo ultimo disco di Scottie Miller e la sua band. Per primo, le canzoni: tutte originali, frutto della propria penna e ricche di quello spirito talvolta ironico, talvolta profondo, eredità diretta dei migliori autori legati a questo genere. Poi, la musica. Il disco è un riuscito mix di funk, soul, R&B e neworleansiane vibrazioni perfettamente suonato e arrangiato, al cui centro spiccano una voce rauca, catramosa e il gustosissimo piano di Scottie Miller stesso le cui note tradiscono, con fierezza, una certa passione per Dr. John. Dopo aver lavorato a lungo come pianista nella band di Ruthie Foster, Miller comincia a mostrare tutti i suoi talenti con una manciatina di dischi ai quali segue, ora, questo Stay Above Water dove la stessa Foster partecipa come ospite, illuminando con leggere tonalità gospel Keep this good thing going. La band è un quartetto coi fiocchi, allargato a una rocciosa sezione fiati. Solo un paio di brani stilisticamente cozzano un pelo col resto dell’opera, ma testi arguti e introspettivi, ritmi danzabili, qualità musicale davvero elevata rendono questo disco, rivelatore di diversi talenti, godibilissimo sotto innumerevoli aspetti. G.R.

WILLA

"Better days"

Building Rec. (USA) - 2017

Love looks good on me/Stop, drop and roll/Hooked on you/Hey little sister/Better days/Caroline/Look what we've done/Mama needs some company/Crazy man/Say what/Opposite of lonely/Demons

Dopo anni trascorsi come corista nella band dell’armonicista Chris O’Leary (che qui compare gradito ospite in Hey little sister), Willa Vincitore si disvela, in questo suo esordio solista, sorprendente autrice e vigorosa vocalist. Strumento vibrante e potente, solo all’occorrenza addomesticato come nella soul ballad omonima Better days e in pochi altri episodi intimi, la voce di Willa si adatta con grande agilità a una tavolozza di brani che, a eccezione di un paio di questi e come da recente gran moda, spaziano tra blues, funk, soul e occasionali accenni di pop, rendendo sempre più evanescenti i confini tra i generi.
A metà strada tra Bonnie Bramlett e la bella copia di Susan Tedeschi, Willa apre bene l’opera con l’up-tempo Love looks good on me, dal finale giubilante e churchy, e la conclude col torrido blues acustico, per slide e voce, Demons. Tra questi etremi, si discostano un po’ dal solco della tradizione, l’acustica e folk Caroline e la soffusamente jazzata, incantevole Opposite of lonely. La frase e l’intonazione sono costantemente, felicemente sicure e, sia sui tempi veloci che su quelli più lenti, tanto il suo range espressivo quanto quello estensivo emergono chiari in tutta la loro lucentezza. Band estesa ai fiati e un repertorio interamente autografo concorrono a completare il quadro di un esordio davvero promettente. G.R.

LIGHTNIN' WILLIE

"No black, no white, just blues"

Little Dog Rec. (USA) - 2017

Can't get that stuff/Eyes in the back of my head/Locked in a prison/San 'n blue/Note on my door/Heartache/Fuu and fight/Phone stopped ringing/Thinking of you/Shake my snake

Texano d’origine, ex leader del gruppo blues & roots dei Poor Boys, Lightnin’ Willie è interprete di un blues senza fronzoli, ricco di groove e finanche di humour. Il titolo del disco, l’ottavo da solista, ben riassume la sua filosofia e il suo sguardo concreto sul mondo della musica. Il blues è un genere daltonico, sembra dirci: conta soltanto l’interpretazione in sé, non il colore di chi lo interpreta. E questo ideale credo è, qui, ampiamente supportato dai fatti. Ci sono una buona dose di shuffle e schietto blues dal taglio ruvido con occasionali sconfinamenti nei vicini territori della Louisiana con le sonorità cajun di Sad’n blue o del R&B anni ‘50 con Locked in a prison o ancora la soffusa ballad Thinking of you. C’è la rumba di Heartache e c’è Phone stopped ringing che ricorda ben da vicino l’Otis Rush di All your love o, ancora, l’iniziale Can’t get that stuff, con il fantastico pianoforte di Doña Oxford e il conclusivo, irriverente, boogie-a-la-Hooker Shake my snake.
Sono tante le influenze assimilate e qui presenti che, energicamente centrifugate da Willie danno vita a qualcosa che suona come un’amalgama sua propria e dannatamente omogenea. G.R.

JOHN McNAMARA

"Rollin' with it"

Bahool Rec. (USA) - 2017

One, two of a kind/Bad reputation/Ask me nothing (but about the blues)/Wild out there/Under the weight of the moon/One impossible night/Security/Blind man/You wouldn't wanna know/Suffering with the blues

Con questo Rollin' with it, l'australiano John McNamara, vola a Memphis e si costruisce una comoda edicola nella quale esporre alla pubblica adorazione le sue doti di chitarrista, misurato ma sferzante, e di voce soul dal graffio felino, talvolta all'apparenza un po' artefatto, ma sempre convincente. E l'operazione, invero, gli riesce anche piuttosto bene.
Dopo essersi fatto notare all' edizione 2015 dell'International Blues Challenge, va in pellegrinaggio sulla Union Avenue, assolda buona parte dei musicisti storici della Stax Records, entra agli Ardent Studios e registra questa ottima prova. Anche se, ad accompagnarlo, ci sono pesi massimi del luogo come Lester Snell, Michael Toles, Steve Potts, Lannie McMillan, Jim Spake, il ragazzo non è necessariamente uno che vuole vincere facile. La maggior parte dei brani qui inclusi sono frutto della sua penna e il talento dell'autore c'è, indubbiamente. Tuttavia, forse con sfrontatezza, forse con devozione, osa pure misurarsi con un poker di brani il cui livello originale è di ben difficile doppiaggio. Sfida, per così dire, Bobby Bland, Little Milton, Little Willie John e Otis Redding rispettivamente su Ask me nothing but about the blues, Blind man, Suffering with the blues e Security; queste ultime due, soprattutto, rese davvero con sorprendente efficacia. Tra i brani autografi si segnalano, su tutti, la notturna Under the weight of the moon e One impossible night: originali e moderne quanto basta. G.R.

LAUREN MITCHELL

"Desire"

Lauren Mitchell Rec. (USA) - 2017

(I don't need nobody to tell me) How to treat my man/Soul music/Desire/Jump into my fire/Good to me as I am to you/Feel so good/Stand up like a man/Today/I ain't been (licked yet)/Anti-love song/Bridge of my dreams/Lead me on/Brown liquor

Lauren Mitchell ci ha servito l'antipasto nei due precedenti album. Con Desire, che è il terzo nato dal grembo di questa cantante di Tampa (Florida), arrivano le portate serie. Contralto ghiaioso e corpulento affronta, qui, un repertorio di cover ben scelte, pescate nei 'songbooks' di Diana Ross, Aretha Franklin, Betty Davis, Bettye Lavette riproponendo, di quest'ultima, una superba Stand up like a man. Nel mezzo di questi tributi, non fa mistero alcuno del suo amore sconfinato per Etta James, della quale reinterpreta How to treat my man e Jump into my fire; lì, anche la sua voce, pur nel dovuto rispetto delle differenze, rincorre, per timbro e impostazione, quella del suo idolo. Ma non sono soltanto cover quelle che luccicano! In questo disco, mirabilmente prodotto dall'iperattivo Tony Braunagel, la Mitchell si dimostra anche valente autrice e lo fa in quattro occasioni, la più memorabile delle quali è rappresentata proprio dal brano omonimo, Desire, piccolo capolavoro che mescola le paludi della Louisiana con quelle del Delta. G.R.
LAURA TATE

"Let's just be real"

811 Gold Rec. (USA) - 2017

Nobody gets hurt/If that ain't love/Hitting on nothing/Can't say no/Boys are back in town/Still got the blues/I'll find someone who will/Let's just be real/I know you lie/I need a man/Big top hat/Wildest dreams

Nei precedenti episodi della sua discografia (tre), la quieta, rassicurante voce di Laura Tate era ben calata in contesti jazzy e colloquiali, più confacenti al suo strumento. In questa nuova, ultima prova, invece, la troviamo immersa, un po' a sorpresa, in un moderno scenario rockin' soul-R&B. Accompagnata da una ricca band nella quale spiccano il solito Tony Braunagel, la coppia Teresa James-Terry Wilson (quest'ultimo, produttore del disco) e una robusta sezione fiati guidata e arrangiata da Lee Thornberg, reduce dai recenti impegni con Joe Bonamassa e Beth Hart, Laura Tate, pur non proprietaria di una voce particolarmente personale, si dimostra interprete versatile, elegante e dinamica, districandosi con scioltezza, in un repertorio variegato che la porta ad affrontare gli autori più diversi, spingendosi a rileggere addirittura Boys are back in town, vecchio hit di Phil Lynott e dei suoi Thin Lizzy. G.R.

JIM ROBERTS & THE RESONANTS

"Beneth the blood moon"

KKP Rec. (USA) - 2017

Beneth the blood moon/Dog bone bit my baby/Tupelo fool/Bayou beau/May all your regrets be small/Gold train fever/Red lips and high heels/Southern hospitality/Dark down in the Delta/The hell hound's due

Per gli amanti delle categorie e delle definizioni, ne esiste una così inglobante e definitiva da poter essere comodamente utilizzata al bisogno per descrivere, comunque bene, un vasto insieme di produzioni musicali, sollevandoci da ogni impiccio. Questa definizione è: Americana. Laddove con questo termine, appunto, si usa indicare un genere musicale contemporaneo che abbraccia diversi stili di roots music: blues, southern-rock, cajun, country e via elencando. E questa definizione calza perfettamente su Beneth The Blood Moon.
Dopo un ventennio di assenza dalle scene musicali, Jim Roberts ritorna alle vecchie passioni mai sopite dimostrando che, malgrado anni e tempo trascorsi, la forma non gli difetta ancora. A brillare, in questo disco, sono la sua efficace penna di autore (tutti i brani presenti sono farina del proprio sacco) e la sua chitarra slide che si muovono su un terreno sudista, ora inumidito dalle paludi della zona, ora seccato da un sole texano che riverbera lontani echi di ZZ Top e lievi ombre di blues. A supporto, l’ottimo hammond di Mike Finnigan. G.R.
 
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