2019 - Macallè Blues

Macallé Blues
....ask me nothing but about the blues....
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2019

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Recensioni: i dischi...2019


Recensioni: in questa sezione del sito, troverete le recensioni estese delle novità discografiche, suddivise per anno di pubblicazione!

ALTERED FIVE BLUES BAND

"Ten thousand watts"

Blind Pig Rec. (USA) - 2019

Right on, right on/Too mad to make up/Ten thousand watts/Mischief man/Great minds drink alike/Don't rock my blues/Sweet Marie/Dollars & demons/I hate to leave you (with a 6-pack in the fridge)/Let me do the wrong thing/Half of nothing/Let me be gone
    
  
I sentieri del rock-blues - in questo caso specifico, meglio sarebbe dire blues-rock - sono ormai battuti da molte, troppe band che incedono, spesso, con passo alquanto rozzo e scomposto. Sono i sentieri che, col favore del volume alto, forniscono talvolta un buon alibi alla pochezza del carattere. Ma sebbene il titolo di questo disco inneggi alla potenza elettrica che, pur facilmente, si trasforma in volume, non è certo per nascondere povertà di altro genere; piuttosto perché è tale e tanta l’energica freschezza di questa band, che per essere gustata appieno, non è affatto male che ci attraversi anche con la prepotenza della pressione sonora, le carni oltre i timpani.   
La rotonda, tonitruante voce di JT Taylor domina, dall’alto del proprio ruggito imperioso, il suono coeso e impattante di questo quintetto di Milwaukee che, sebbene saldamente radicato nei netti confini del blues, dispone di quell’approccio così gagliardo e sfrontato da rischiare di essere assimilato a una delle tante band di cui sopra. Ma, volumi a parte, per loro dimentichiamoci pure il termine ‘rock’ perché la Altered Five Blues Band è, come opportunamente ci ricorda il nome, una blues band; e anche una tra le migliori sbucate fuori dai cespugli che ci circondano.  
La maestria strumentale, gli attenti arrangiamenti, la cura del suono, la chiara conoscenza del genere, lo dimostrano e pongono la band su un piano chiaramente superiore. La modernità del sound e la propensione al materiale inedito, fanno il resto. Si avverte tutto immediatamente dall’introduttiva Right On, Right On che anticipa il resto a venire: il sottile humor e gli arguti giochi di parole di Great Minds Drink Alike, l’irresistibile Too Mad To Make Up coi suoi riffs a-la Keith Richards, le vibrazioni neorleansiane di Sweet Marie, l’ormonale mascolinità di Let Me Be Gone. Le sfrontatezze pirotecniche rallentano solo nelle strettorie, tra blues e soul, di Let Me Do The Wrong Thing e con Dollars & Demons, torrido slow in minore, scivolo perfetto verso le profondità della voce di JT Taylor che, con questo brano, ci fa capire perché dovremmo considerarlo il miglior cantante blues del momento. G.R.
TAD ROBINSON

"Real street"

Severn Rec. (USA) - 2019

Changes/Full grown woman/Search your heart/Love in the neighborhood/Wishing well blues/You got it/You are my dream/Make it with you/Real street/Long way home
    
  
 
Prima o poi, sarebbe dovuto accadere: e lo intuivano anche i muri! Cosa? Che, o per moda - ma non è questo il caso! - o per la naturale evoluzione di situazioni, fatti e persone, un cantante dalla grande comunicativa soul come Tad Robinson intraprendesse, una volta nella vita, il suo doveroso viaggio spirituale verso Memphis; ovvero, verso la Mecca del soul. Non è stato il primo; non sarà l’ultimo. Di certo, però, è uno dei più titolati a farlo. E molti di noi, che non siamo muri, oltre a intuirlo, lo sapevamo, nel segreto del nostro intimo, già da tempo. Ed eccoci qui serviti, e con buona soddisfazione, occorre ammettere.
Per questo Real Street, Tad Robinson ha abbandonato, dunque, parte dei suoi abituali e fedeli accompagnatori (eccezion fatta per il tastierista Kevin Anker), è volato a Memphis dove, in compagnia del chitarrista Joe Restivo e della storica, leggendaria Hi-Rhythm Section, ovvero Charles Hodges, Leroy Hodges e Howard Grimes, più un bel rinforzo di cori e fiati, ha prodotto questa sua ultima fatica che, da un lato conferma e cristallizza precedenti tendenze, da un altro, ribalta consolidate certezze.
Dal punto di vista strettamente stilistico, con questo disco, Robinson non opera particolari stravolgimenti rispetto a quanto già accennato, magari in modo un po’ meno organico e completo, nei suoi dischi più recenti (penso, per esempio, a Back In Style). Dal punto di vista dei brani, invece, scardina qualche assioma. L’obiettivo centrato, però, è uno solo: per lui, che nasce armonicista e bluesman, prima ancora che cantante, quello di produrre un autentico, moderno ibrido transgenere che porti, a comun denominatore, il soul; e un soul nel quale lui, ormai cantante di pura razza prima ancora che strumentista, trova il modo di incastonare, ed efficacemente, anche la sua armonica, strumento blues di diritto.
Uno degli esempi più chiari e riusciti di questa ibridizzazione lo troviamo laddove Robinson si misura con la penna del mississippiano George Jackson e trasforma il suo Search Your Heart, in una ballata che intercetta il preciso punto d’equilibrio tra gospel, soul e blues (quest’ultimo, tutto giocato, con estremo gusto e in punta di corda, dalla magistrale chitarra di Restivo). Altri due esempi sono You Got It di Roy Orbison e Make It With You, vecchio hit anni ‘70 dei Bread, canzoni che nate pervase dallo spirito di autentiche pop songs vengono qui trasformate, in modo inatteso e seducente, in qualcosa di ben lontano - soprattutto la prima - dalla propria forma originale.
Real Street, però, non è fatto solo di reimmaginate covers. C’è spazio anche per una buona dose di inediti tra i quali trionfano, per immaginifica eloquenza Love In The Nighborhood e la riproposizione, blandamente riarrangiata, di Long Way Home, esemplare brano tratto da New Point Of View, disco di Robinson del 2009. Entrambi, riprendono il tema della casa come simbolo dell’amore e del proprio rovescio: quel senso di abbandono e di perdita che le modulazioni del tenore granoso di Robinson ben sanno restituire. Il senso di un amore che diventa presto memoria perché “...lost in a minute for something that you thought was good...o di una casa cui non si ha più fretta di giungere perché “...the place is dark and cold and there’s no one there to hold…”. G.R.
BIG BAND OF BROTHERS

"A jazz celebration of the Allman Brothers Band"

New West Rec. (USA) - 2019

Statesboro blues (feat. Marc Broussard)/Don't want you no more/It's not my cross to bear (feat. Ruthie Foster)/Hot 'Lanta/Whipping Post (feat. Marc Broussard)/Stand back/Dreams/In memory of Elizabeth Reed/Don't keep me wonderin' (feat. Ruthie Foster)/Les Brers in A minor
    
  
 
Quella che, malleabile per propria natura, si presta a essere ascoltata, riletta e riproposta da differenti prospettive e in diversi momenti, restando intatta nella propria essenza, è arte senza tempo. O, più semplicemente, arte. Così, la musica!
La Allman Brothers Band è stata, tra le formazioni rock americane, una delle più imbastardite, prolifiche, creative e longeve. La sua importanza e il suo seguito negli anni, da soli, giustificano l’esistenza di questo disco e dell’idea che ci sta alla base, così come la preventiva e del tutto naturale curiosità che esso suscita.  
Interpreti di un rock fortemente commisto con gli umori southern, dunque col blues in primis, gli Allman Brothers hanno sempre mostrato, fin dagli esordi, anche una profonda seppur mai smaccata sensibilità jazz; ben più profonda di quanto taluni sarebbero propensi a credere, avvertire o riconoscere. Potremmo addirittura dire che la ABB abbia interpretato il rock da una prospettiva jazz. Come ricordava, in una vecchia intervista, Gregg Allman stesso, fu il loro batterista e percussionista Jaimoe a indirizzare l’orecchio dei due fratelli fondatori, prima, e dell’intera band, poi, verso Miles Davis e John Coltrane, in quelli che furono i loro anni formativi, durante i quali Kind Of Blue e My Favourite Things alloggiavano, in pianta stabile, sul piatto del giradischi. Così, non sorprenda che, nella loro musica, facessero capolino poliritmie, tempi irregolari, musica modale, lunghe improvvisazioni. Come non deve sorprenderci, oggi, l’idea alla base di questo disco che si candida a essere serenamente considerato uno dei migliori e più azzeccati album tributo di tutti i tempi.
In occasione del cinquantesimo anniversario (1969) dall’uscita del primo, omonimo disco degli Allman, ecco dunque partorito, per tramite della visionaria e quanto mai realistica idea del produttore John Harvey, questo A Jazz Celebration Of The Allman Brothers Band, lavoro che ripercorre alcune tra le tracce più rappresentative di questa band, per mano, estro e tecnica di un’orchestra formata da un nucleo di quindici straordinari musicisti, pescati tra i migliori della scena jazzistica contemporanea, attorno ai quali ruotano più che opportuni e illustri ospiti. Marc Broussard, per esempio, che libera, dopo un sorprendente paio di chorus cool jazz, le travolgenti sabbie mobili del suo strumento vocale nell’introduttiva Statesboro Blues, appena dopo che la slide, autoritaria e ben lubrificata, di Jack Pearson ci abbia fatto improvvisamente ritrovare i profumi di casa, dopo il viaggio stralunato dell’introduzione.  
Siamo soltanto all’inizio e l’asta è già bella alta. A tentare l'impresa del salto, un paio di brani dopo, è Ruthie Foster che con una devastante intensità vocale come mai prima aveva saputo esprimere, strappa ogni brandello d’anima da It’s Not My Cross To Bear e ritorna, poi, su Don’t Keep Me Wondering senza mai smettere un solo secondo di strapazzarci e, con eleganza, stregare. Anche Broussard ritornerà, con una versione di Whipping Post dove la visionaria fusione di blues, jazz e rock raggiungerà il proprio aguzzo vertice.
Malgrado i quattro episodi cantati, questa è un’opera prevalentemente strumentale che trova, nella lunga cavalcata In Memory Of Elizabeth Reed, il miglior terreno sul quale liberare gli strumenti e liberarli anche dalle apparenti costrizioni della forma blues, dando spazio a quelle invenzioni sonore che trasformano il celeberrimo brano in un viaggio ai confini della psichedelia. Non solo: la prevalenza di strumentali e l’essenza jazz di questa big band diventano entità complementari che trovano la propria realizzazione nei tanti assolo sparsi per la via, duelli di sax o tromboni che siano. Il tutto senza intaccare minimamente quel profondo senso di eccitazione che i dischi originali degli Allman sapevano trasmettere con sincera immediatezza.    
La vera arte è senza tempo: così, la musica. Quella dei fratelli Allman, come quella riletta qui! Solo da una diversa angolazione. G.R.
BRUCE KATZ

"Solo ride"

American Showplace Music Rec. (USA) - 2019

Down at the barrelhouse/Crescent crawl/It hurts me too/Praise house/Red sneakers/Dreams of yesterday/Midnight plans/Easy living/Going places/The way to your heart/Watermelon thump/Redemption
    
  
 
Quando il cinema muto ha guadagnato prima il sonoro e, poi, il colore, ha perso, contestualmente, qualcosa: la capacità - allora, figlia diretta della necessità! - di sopperire, a quelle involontarie mutilazioni, con l'espressività degli attori. Mancava il verbo e veniva diversamente vicariato e veicolato: così, gesti, mimica e sguardi stavano lì a darci l'esatto significato della parola mancante.
Con Solo Ride, Bruce Katz, virtuoso pianista e tastierista di lungo corso, propone, in musica, un percorso a ritroso rispetto a quello cinematografico. Toglie il sonoro e il colore di oggi (che, nel mondo della canzone, trovano il proprio corrispettivo nel canto e, dunque, nei testi) e ci propone un disco interamente strumentale; ben sapendo che, per ogni cosa che si toglie, un'altra va data al fine di mantener valida l'uguaglianza della comunicazione. Non tutti sarebbero in grado né avrebbero l'ardire di osare un'operazione simile in ambito blues, perchè non tutti sarebbero in grado di portare a buon compimento l'arduo compito di vincere una partita giocata, tutta, sul campo accidentato dei soli suoni. La differenza, oggi qui per la musica come allora per il cinema, la fa la maestria dell'interprete. Non si cada nell'errore, dunque, di considerare questo disco come un noioso e sterile esercizio di stile: non lo è! Katz, che al netto di una personale rivisitazione di It Hurts Me Too, propone un repertorio di inediti, è abile a evitare questa trappola giocando, tutte in fila, le buone carte del suo mazzo. La varietà, per esempio: Solo Ride è un compendio di stili pianistici che parte dal ragtime, dal barrelhouse piano, dal boogie, dallo stride e, attraverso lo stile pianistico tipico di New Orleans, arriva ad abbracciare fin il gospel (Praise House) e qualcos'altro che ricorda addirittura Randy Newman (The Way To Your Heart). E poi il gusto, la tecnica sopraffina sempre finalizzata all'espressività e alla profondità emotiva con un sapiente utilizzo di clusters e improvvise dissonanze di derivazione prettamente jazzistica. Fino alla frugale semplicità di Dreams Of Yesterday, col suo carico di melanconia e desiderio, o alla conclusiva Redemption, intenso inno alla speranza. G.R.

JIMMY JOHNSON


"Every day of your life"

Delmark Rec. (USA) - 2019

Every day of your life/I need you so bad/ My ring/Rattlesnake/Somebody loan me a dime/Down in the valley/Strange things happening/Better when it's wet/Lead me on

        
 
In questo ultimo, ritrovato Jimmy Johnson, veterano della tardiva Chicago degli anni ‘70, resta tutto incredibilmente intatto: il suono, come la voce. Persino la sua tecnica chitarristica, in pieno vigore a dispetto dell’anagrafica, sgorga in zampilli di fluida, sorgiva vivacità.
Il Johnson che si ascolta qui, dunque, è nulla più di quello che ci si aspetterebbe di ascoltare e che ben conosciamo; ma l’elemento di novità - o di sorpresa, se si preferisce - è la primaverile freschezza delle tracce.  
A novant’anni compiuti, Johnson pare aver trascorso i suoi ultimi quindici anni di vita in stato di totale ibernazione e, nel suo lento ritorno alla temperatura ambiente, s’è circondato di due differenti band con le quali, in altrettante differenti session, ha confezionato un dischetto dove, anche ciò che appare un po’ sopra od oltre le righe, come il reggae My Ring, trova una sua collocazione omogenea all’interno del tutto. Sulle fondamenta di una ritmica superlativa, dove basso e batteria godono di gran risalto, trionfano le tastiere, ora di Roosevelt Purifoy ora di Brother John Kattke, protagoniste principali assieme alla chitarra del nostro, spesso insistente sulle tonalità minori, e al suo caratteristico registro alto, paranasale di voce che pare fondere, in un unico glorioso strumento, blues, R&B e gospel.
Il materiale è quasi interamente composto da cover, tra le quali spicca, con luminosa grazia, la lettura efficacemente riarrangiata del Fenton Robinson di Somebody Loan Me A Dime. Chiude l’opera una seconda, luccicante sorpresa: Johnson in solitaria passeggiata al pianoforte, a contare i passi sull'andatura soul di Lead Me On, antico hit di Bobby Bland, fuoriuscito dalla penna di Don Robey.  
Every Day Of Your Life non aggiunge alcun nuovo colore allo sfondo sul quale è abitualmente ritratto Jimmy Johnson, ma concede il lussuoso piacere della (ri)scoperta di un bluesman mai troppo considerato anzi, spesso ombreggiato dal giganteggiare altrui. G.R.


BOBBY RUSH


"Sitting on the top of the blues"

Deep Rush Rec. (USA) - 2019

Hey hey Bobby Rush/Good stuff/Get out of here (dog named Bo)/You got the goods on you/Sweet Lizzy/Bobby Rush shuffle/Recipe for love/Pooky Poo/Slow motion/Shake til' you get enough/Bowlegged woman


        
Quando buona parte dei suoi coevi faticherebbero anche solo ad alzarsi dal letto la notte, seppur sospinti dall’urgenza di un’indifferibile capatina al bagno, stupisce come, all’età di ottantasei anni ben suonati - è proprio il caso di dire! - e ottimamente portati, Bobby Rush continui a produrre dischi attuali, girare il mondo e sia ancora uno dei musicisti, nonché autori, più creativi sulla scena. Da leggenda del chitlin’ circuit quale è stata, a sorprendente innovatore del genere attraverso commistioni col rap, mai troppo ardite, e ammodernamenti di stile senza perdere quell’anima, sudista fino al midollo, Rush, a partire da Folk Funk, album che potremmo considerare della svolta, ha dato pieno e libero sfogo alla propria vena creativa.
Insieme al precedente Porcupine Meat, questo disco, sebbene, tra quelli del suo ultimo ciclo non sia propriamente il più seducente, rappresenta tuttavia, in maniera organica e migliore rispetto ad alcuni suoi precursori, la perfetta sintesi di uno stile che interseca, in modo esemplare la genuina tradizione downhome con quel senso di humor e storytelling che sono sempre stati i tratti distintivi della propria cifra artistica. Per questo occorre anche ringraziare il mississippiano Vasti Jackson, coproduttore, arrangiatore e chitarrista che, con sapiente discrezione, dietro le quinte, da abile puparo muove i pupi, colmando la scena con arrangiamenti magistrali nell’equilibrio e nelle geometrie.
Principe indiscusso del double entendre, allusivamente pruriginoso dunque mai volgare, non si smentisce neppure qui e, con il lascivo Good Stuff, You Got The Goods On You, la svaporata sensualità di Slow Motion e il funk Shake ‘Til You Get Enough, offre ulteriori prove dei suoi arguti, divertenti pruriti. Con l’acustica Recipe For Love e i suoi umori alla Lightnin’ Hopkins rispunta la fine, popolare saggezza del racconto metaforico in chiave schiettamente blues; mentre lo strumentale Bobby Rush Shuffle ci ricorda quanto Rush sia stato (e sia tutt’ora!) anche un meraviglioso e sottovalutato armonicista; aspetto, ingiustamente messo in ombra dalle sue senz’altro più caratterizzanti, suggestive doti di entertainer e raconteur.  
Quel bland unico di blues, soul e funk alla cui sintesi si è dedicato e applicato fin dagli anni ‘70, trova in questo disco il suo ennesimo compiuto riscontro, offrendo una chiara rappresentazione dell’essenza di ciò che è Bobby Rush: una sfida vivente all’età, alle convenzioni e ai muri. G.R.


BILLY PRICE


"Dog eat dog"

Gulf Coast Rec. (USA) - 2019

Working on your chain gang/Lose my number/We're in love/Dog eat dog/My love will never die/All night long cafè/Walk back in/Toxicity/Remnants/Same old heartaches/More than I needed/You gotta leave

    
  
Billy Price ha imparato assai bene l’arte, così tipicamente arguta e bluesy, del costruire storie sul principio di una metafora. Lo testimonia già l’iniziale, ironico upbeat di Working On Your Chain Gang che si sviluppa sull’associazione d’immagini tra un marito e un recluso condannato ai lavori forzati e racconta di come una donna possa trasformare una qualsiasi relazione in un’ingrata, gravosa incombenza; proprio come il funk blues Toxicity mette a paragone l’impatto che l’ambiente può esercitare su una coppia, con un veleno iniettato in circolo.  
E questa propensione all’allusione si era già palesata col precedente Reckoning, dove l’aver condiviso sforzi e sorti dello storytelling col brillante vecchio amico e tastierista Jim Britton aveva dato succosi frutti. Britton, qui ricompare - sì - pur se in maniera assai meno invasiva, lasciando maggior spazio alla personale penna di Price nel delineare tematica e poetica delle canzoni, sulla media distanza degli otto inediti presenti, su un totale di dodici tracce. Ma col bivalente Dog Eat Dog, disco e brano, Price introduce alcune interessanti varianti. Col brano, ecco comparire, come mai prima, alcuni significativi ospiti: intanto, Rick Estrin, autore dello stesso che, in origine, inciso da Little Charlie e i suoi Nightcats (band nella quale, lo stesso Estrin, ricoprì il ruolo di contraltare alla chitarra di Charlie Baty, prestando il proprio strumento e tutto il suo acuto, lirico humour), viene riproposta, con un incedere cupo, da ammonimento in tono minore, reso ancor più minaccioso e rombante dal grasso suono della sua armonica cromatica. Qui, compaiono anche altri due ospiti: Alabama Mike, col quale Price condivide fraternamente il canto e Mike Zito alla chitarra. E ancora: la composta Lose My Number, sommesso racconto, in punta d’organo, di un’amante respinto, diviene terreno ideale sul quale chiarezza di dizione e fraseggio raggiungono vette inedite di purezza. L’amico chitarrista Fred Chapellier compare su Remnants, funk-blues minore incentrato sul consueto tema del sospetto che qui, diventa, chiara evidenza di quel classico cheatin’ and lyin’. Ci si muove agili anche sui territori consueti del deep soul con More Than I Needed e Walk Back In, come su quelli seducenti del mix tra doo wop e R’n’B che è We’re In Love. E, tra le cover, rispunta anche il blues più sentito e passionale; la funerea rilettura del Willie Dixon di My Love Will Never Die, tutta giocata tra un organo viscerale e una chitarra indecisa tra il ricordo di Otis Rush e quello di Magic Sam, diventa l’occasione per lo sfoggio controllato di una voce sospinta fin sul bordo di un drammatico falsetto.  
Tra blues, soul, funk, R’n’B, Motown e Philly sound, Dog Eat Dog non soltanto rappresenta la perfetta sintesi della storia musicale di Price, ma è anche il disco della piena realizzazione del Price cantante, oltre che autore. Probabilmente, mai come qui, ha dimostrato un così pieno controllo del proprio strumento, con un senso del tempo e un fraseggio dalla magica, naturale immediatezza. Non abbandona la formula vincente che lo vede ritornare, convinto, a San José, California, tra le feconde, rassicuranti mura dei gettonatissimi Greaseland Studios di Kid Andersen; e, pure la band, ancora una volta include, volendo citare, tra le presenze, soltanto quelle più celebri, Jerry Jemmot al basso e Jim Pugh alle tastiere più fiati, percussioni e cori, inclusi quelli del Sons Of The Soul Rivers Gospel Group. G.R.


DELBERT McCLINTON and SELF-MADE MEN + DANA


"Tall, dark & handsome"

Hot Shot Rec. (USA) - 2019

Mr. Smith/If I hock my guitar/No chicken on the bone/Let's get down like we used to/Gone to Mexico/Lulu/Loud mouth/Down in the mouth/Ruby & Jules/Any other way/A fool like me/Can't get up/Temporarily insane/A Poem

    
  
Il già peculiare timbro vocale di Delbert McClinton si caratterizza ancor più, col trascorrere delle ormai molte primavere, con catramosa, infossata raucedine e brevi, improvvise calate in istanti di suggestiva afonia. Ma Tall, Dark & Handsome è qui a dirci che, sebbene raggiunta la boa degli ottant’anni e dopo i quasi sessanta a servizio del proprio popolo, il ruvido texano McClinton non ha perso una sola oncia della verve e dell’acuta ironia che lo hanno contraddistinto e resta pur sempre sovrano, riconfermato saldo sul suo trono, monarca assoluto di quel regno musicale chiamato, a seconda dei gusti, roadhouse rocking blues o american roots music.
Anche se, a giudicare dall’ascolto dell’introduttivo Mr. Smith, di Ruby & Jules o di Let’s Get Down Like We Used To, che sconfina nei vicini territori neorleansiani con l’insinuante presenza di clarino sbarazzino, si potrebbe pensare a suo un cambio di rotta, un volgere lo sguardo verso quel passato remoto dove trionfavano le big band, lo swing e il R’n’B (in direzione più sboccatamente jazz, McClinton aveva già insistito col precedente e pur bellissimo Prick Of The Litter!), il prosieguo ci restituisce quel Delbert arguto, fresco e genuino che ci suona famigliare. Già alcuni titoli ben riassumono quel subdolo, caustico humor che gli è tipico: No Chicken On The Bone, squisito esempio di sagace Texas swing, Can’t Get Up - “…can’t get up to get down like we used to…” - o A Fool Like Me, autoironici sguardi l’uno, sulle conseguenze dell’età, l’altro, sulle beffe dell’amore. E poi il Delbert  bluesman di Loud Mouth e Down In The Mouth, quello convintamente latino di Gone To Mexico o, ancora quello narrativo di If I Hock My Guitar. Escono da questo coro, soltanto la conclusiva, acustica A Poem e l’amaro lamento di Temporarly Insane, intime dissonanze nei suoni e nel contesto.
E se la band che lo accompagna, anche forte del sax di Dana Robbins, è davvero stellare, urge riconoscere i meriti indiscutibili del suo denominatore comune: quel Kevin McKendree che, al piano, giganteggia su ogni genere e stile e caratterizza, con discrezione, l’intero disco. G.R.


MALIGNIS CAUPONIBUS


"A-Pathos"

Autoprodotto (I) - 2019

Intro: Tasinantau (un malore inspiegabile)/Sicore/Perdas/Interlude 1: Mudu/Cisto/Bella stasida/Interlude 2: Confused/Impicau/My pride

  
  
Di quel progetto che arriva, improvviso come un razzo, dalla Sardegna e si chiama Malignis Cauponibus, Luca Marcia è l’artefice primo, la mente partorente.  
Malignis Cauponibus (letteralmente, ‘tavernieri imbroglioni’) appare come una complessa carta di navigazione che traccia la rotta di un viaggio sperimentale, saldamente in bilico sul crinale tra musica, canzone, teatro, noise evocativo e recitazione.
Prima ancora di indurci ad abbandonare le coste ormai note di consumate consuetudini sonore, questa carta nautica ci lascia intendere quanto Marcia abbia sostato, secondo la buona tradizione, in diversi crocicchi, ad assimilare il verbo del blues per poi calarlo, trasfigurato, nel contesto di un diverso racconto. Come un novello Lucignolo, insinua dubbi e cattivi pensieri, piuttosto che dispensar rassicurazioni e certezze. Sparge il seme di idee in maturazione e lascia convivere, più o meno serenamente, Howlin’ Wolf, Tom Waits e il più tarantolato dei Capossela.    
La terra sarda che, spesso brucia per davvero, tra Intro e Sicore, blues imbastarditi di cajun per  tramite dell’accordion di Stefano Minnei, diventa metafora di quel diffuso atteggiamento psicologico che si adagia nell’indifferenza e lascia avanzare quelle fiamme che, lungi dal purificare, sottraggono soltanto. E’ il fuoco devastatore il tema centrale che, poi, diventa metafora esso stesso di ciò che, nel radere le risorse di una terra depredata, trascina con sé, nel proprio funesto abbraccio, sogni e buoni propositi. Come quelli apparenti di Cisto, dialogo interiore di un piromane in chiave psichedelica, per tastiere, chitarra e rumoristica. Folk, influenze flamenche della vicina Spagna, note di progressive e timidi accenni di blues si mescolano sulle poliritmie di Bella Stasida mentre, avvicinandosi al termine del viaggio, ritorna più apertamente il blues, quello appreso ai crocicchi, prima con Impicau e, più ancora, con My Pride e i suoi motivi folk che si intromettono nel discorso, proiettati sullo sfondo.
Ad accompagnare Marcia, oltre al già citato Minnei, Massimo Loriga (sax, trunfa, sullitu e armonica), Andrea Schirru al piano, Gerardo Ferrara alle percussioni, Lorenzo Imbimbo al clarinetto e Michele Deidda alla batteria: sono loro a creare quei suoni, lividi e stridenti, metafora anch’essi di sobbollenti profondità interiori; quelli che compongono questo concept album il cui fuoco, ormai spento, ci si augura lasci terra per una nuova vita. G.R.


CHRIS O'LEARY


"7 minutes late"

American Showplace Music Rec. (USA) - 2019

What the devil made me do/Your day will come/One more chance at love/Second time around/She ain't coming back/Circus just left town/7 minutes late/Unbelievable/Bones/Heartbreak waiting to happen/Driving me crazy/Daddy's here

  
Queste, che arrivano con “sette minuti di ritardo”, sono canzoni tanto di speranza quanto di disperazione, visionarie ed evocative, memori di tradizioni diverse, ognuna rivisitata con estro singolare da uno tra i più interessanti esploratori contemporanei del blues e delle sue diverse espressioni. E il ritardo - ben maggiore di quei pochi minuti del titolo - col quale questo lavoro, uscito nei primi giorni dell’anno, trova spazio qui soltanto ora, mi concede il lusso di poter dire, a ragion veduta, che 7 Minutes Late è uno dei dischi più belli tra tutti quelli ascoltati nel corso del 2019. E, per suo tramite, Chris O’Leary ci ricorda nuovamente quanto egli sia un fuoriclasse.
Cantante, armonicista e autore di raro pregio, l’abbiamo conosciuto quando congedatosi, con onore, dal corpo dei Marines, si reinventò frontman dei Barnburners, la band del leggendario Levon Helm, per poi muovere i propri passi come solista. In questo senso, 7 Minutes Late è il suo quinto album. Malgrado alcuni piccoli cambi di formazione a una band già, di suo, estesa oltre i confini dell’ovvio, fin da quel fulminante esordio del 2010 che fu Mr. Used To Be, O’Leary ha mantenuto quello che, nel mucchio tendente a infinito delle blues bands circolanti oggi, rende così distintivo e robusto il suo suono: quell’inusuale accoppiata di sax, baritono e tenore, a dar propulsione, dal basso, a una formazione, già assai viva e scalciante.
All'ascolto, il nucleo di 7 Minutes Late pare concentrato in quel mondo di mezzo ritratto da quei tre racconti che sono She Ain’t Comin’ Back, sorta di pigro, atipico delta blues, in corale crescendo, tra mandolino e chitarra acustica; Circus Just Left Town, col suo schietto groove neorleansiano, un ché di Dr. John e un insieme reso gustosamente swampy da una ficcante slide guitar. E poi, la fosca e densa title track, il cui racconto - “...A life half over, kids up and gone / how many times can a woman clean an empty home..." - si fa ancora più sinistro e drammatico per via di un’armonica urlata e crudele. Sebbene il disco ci presenti un O’Leary inedito, ben più pensoso e profondo che in passato (Bones è un altro oscuro incantesimo, per voce distorta, chitarra slide e armonica), non mancano episodi luminosi, ritmicamente appaganti e con la band in pieno spolvero. L’iniziale, furioso shuffle What The Devil Made Me Do, col ritorno di Chris Vitarello alla chitarra, One More Chance At Love, sorta di moderno New Orleans funk, il rock'n'soul Unbelievable o Second Time Around; così, come, ritorna ancora New Orleans ma, questa volta, quella d’un tempo con Driving Me Crazy e il suo clarinetto bordeggiante.
Concentrato di tre talenti, oltre che ottimo armonicista e scrittore (tutti i brani sono di sua composizione), Chris O’Leary dimostra ancora una volta di essere pure un superbo cantante, dotato di quell’emotività, ruvida e schietta, da veterano della vita aspra, oltre che dei teatri di guerra, che sa farsi appena più delicata nella finale ballata a sorpresa Daddy’s Here. G.R.


HARPDOG BROWN


"For love & money"

Dog House Rec. (USA) - 2019

No eyes for me/Blue light boogie/The comeback/Reefer lovin' woman/A new day is dawning/Vicious vodka/I'll make it up to you/One step forward/Stiff/For love and money/Buzzard luck/Thinkin' and drinkin'/Sasha's lullaby

  
Il seducente mix che Harpdog Brown e il suo produttore Steve Dawson riescono a creare in For Love & Money è davvero unico. Si immagini, con questo disco, di avere a portata di mano, pronta da cogliere, e in un sol colpo, quasi un secolo di musica dove, armeggiando a braccia basse, si possano afferrare e riversare nello shaker dosi diverse di vari distillati: un po’ di Sonny Boy Williamson, di big band jump anni ’40 e ’50, la New Orleans dei tempi di Louis Armstrong. Il cocktail servito, avrà il sapore dei tempi andati ma tutto l’estro dei tempi nostri. Il risultato, sebbene certamente derivativo, sfocia in una mirabile attività di sintesi la cui modernità non risiede tanto nello stile complessivo, quanto nei certosini arrangiamenti e nell’accuratissimo lavoro di consolle. Tanto che, nemmeno i Roomful Of Blues, pur nella loro affinità intima coi generi di cui sopra e sebbene sommariamente allineati con quanto proposto qui, riesce di paragonarli pienamente ad Harpdog Brown e compagni.
Canadese, con lontane ascendenze neorleansiane (da qui, il fine retrogusto Big Easy blues di diversi episodi ivi presenti), Brown possiede, all’armonica e nei testi, l’inventiva fluidità sassofonistica e la fantasiosa ironia di un Louis Jordan; mentre il suo baritono, di lava frenata e ormai quasi rappresa, cola, lento e denso, sui versi della conclusiva Sasha’s Lullaby, avvolgendo il delicato racconto con lo stesso fare, anche timbrico, di un Tom Waits anni ‘70.  
L’album, che è un mix di riproposte, pescate ora da Wynonie Harris, ora da Memphis Slim o Amos Milburn e brani autografi (tra quest’ultimi spicca, per il vivace umorismo e il ficcante assolo di clarinetto, Refeer Lovin’ Woman), è tutto un trionfo di fiati e tastiere che giocano proprio la parte del leone. La chitarra, no! Quella, nelle mani dello stesso Dawson, è relegata al ruolo di sensibile, discreto comprimario, cesello e sutura tra legni, ottoni, pianoforte e Hammond. G.R.


THE McNaMarr PROJECT


"Holla & moan"

Bahool Rec. (USA) - 2019

Holla & moan/Missing you/Throwing down a little love/History/Cry with me/Keep it rollin'/Can you take the heat/No more chains/Something that's real/Blues brought me here    

   
Il simpaticamente battezzato The McNaMarr Project nasce dalla compenetrante, feconda convergenza – anche giocosamente verbale – di due tra le migliori voci soul extraterritoriali contemporanee: extraterritoriali rispetto alle zone geografiche tipiche del genere. Entrambi creature figlie della lontana Australia, John McNamara e Andrea Marr hanno condotto, in questi anni, esistenze artistiche parallele fino a che, in tempi recenti, un’improvvisa curvatura dello spazio circostante non li ha portati al deflagrante incontro di cui Holla & Moan rappresenta la luce calda risultante, irradiata dall’impatto tra le loro stelle.
Ambedue autori dal lessico assai ben incardinato sulla vecchia scuola memphisiana, proprio a Memphis, Tennessee sono volati, portando un pugno di buoni brani in dote a Lester Snell, assoldato qui come arrangiatore e band leader. E il tocco di un veterano come Snell e di tutti gli altri musicisti locali che fanno parte della partita (Bobby Manuel, Lennie McMillan, Jim Spake per citarne giusto tre), è stato certamente cruciale nella riuscita definizione di un autentico e moderno soul album. Non è la prima volta che John McNamara – chitarrista parco, ma vibrante e voce dalla ruvida grana a là Wilson Pickett - tenta quest’operazione di recupero di musicisti Stax e delle relative sonorità d’un tempo, unite a una sensibilità squisitamente attuale: l’aveva già fatto, con giusto successo, nel precedente album solista Rollin’ With It. Qui, ci riprova, in compagnia di quella deliziosa mistura vocale, a metà strada tra Tina Turner e Bettie LaVette, che è Andrea Marr.   
Dall’immagine di copertina, a parte del contenuto del disco, il richiamo al connubio musicalmente felice e selvaggio tra Ike & Tina Turner è, qui, ben più che esplicito e, forse, anche intenzionale. Il felino, dominante impeto di vena pulsante che Andrea Marr ostenta e la plastica posa, a un tempo, adorante e determinata di John McNamara, ancor prima dell’inclinazione al ruggito vocale di lei e alle nervose, pungenti pennate di lui, riconducono la mente alla ben più famosa e travagliata coppia di cui sopra. L’iniziale Holla & Moan come pure la sensuale, torrida, insinuante Throwing Down A Little Love sono, però, gli unici episodi in cui quest’associazione mentale trova le sue evidenti conferme. Il resto del disco, tutto costruito sulle meravigliose dinamiche vocali a intreccio del duo, ricorda di più un’altra coppia famosa: quella formata da Otis Redding e Carla Thomas (Cry With Me e Something That’s Real ne sono i più fulgidi esempi). E quasi a ricordarci come e quanto la chiesa sia sempre stata alla radice di queste musiche, tutto si conclude sulle note di quel cerimoniale e corale gospel che è Blues Brought Me Here. G.R.


KELLY FINNIGAN


"The tales people tell"

Colemine Rec. (USA) - 2019

I don't wanna wait/I'll never love again/Smoking & drinking/Every time it rains/Catch me I'm falling/Since I don't have you anymore/Impressions of you/I called you back baby/Freedom/Can't let him down
  

I sentimenti che ispira l’ascolto di questo disco risvegliano il senso della frustrazione, tanto sono contrastanti. Dalla prima all’ultima traccia, pare di essere risucchiati in un vorticoso, improvviso viaggio temporale che, con moto retrogrado, ci porta indietro agli anni ’60. Ogni nota, ogni accento di voce, rimandano a qualcosa di già sentito: al primo Marvin Gaye - e solo il Cielo sa quanto lo si ritrovi, con straniante pienezza, nella conclusiva Can’t Let Him Down - a Curtis Mayfield, ai Delfonics. Tutte cose, invero, che ci piacciono e molto, e che da Finnigan sembrano interamente metabolizzate e riproposte, con sensibilità attuale, in maniera indubbiamente efficace e credibile. Da qui, la vanificante sensazione del vivere, durante l’ascolto, intrappolati e impotenti, tra l’amara, palpabile coscienza del deja vu e l’amore, dolce e indomito, per la musica di quell’epoca e per i suoi migliori interpreti. Eppure, sebbene non si avvertano novità né rivoluzioni, nelle sonorità, nello stile, negli arrangiamenti e neppure nei testi (benché inediti, girano tutti attorno ai temi soliti dell’amore e alle sue più abusate variazioni attorno ai concetti di tormento ed estasi), l’intensità autentica, drammatica e pura, della voce di Finnigan, allontana, tutto d’un fiato, le idee di trito e di cliché che affiorano, rapide, alla mente di chi ascolta, collocando questo disco una spanna netta sopra le analoghe uscite susseguitesi in questi tempi di riscoperta del soul primigenio.
Malgrado, data la premessa, The Tales People Tell trovi la sua più giusta sistemazione in quell’ormai lunga e affollata scia di uscite discografiche che, da Sharon Jones a Durand Jones, transitando per Charles Bradley e St. Paul & The Broken Bones, hanno riproposto e ancora ripropongono, con competente ortodossia, i suoni soul più tipici e gloriosi degli anni ’60 e ’70, questo disco merita di essere considerato, guardando al seducente aspetto vocale e alla peculiare scrittura, con occhio ben spalancato e convintamente benevolo.  
Finnigan, oltre a cantare, non solo ha scritto tutti i dieci brani, ma si è inventato anche produttore e polistrumentista avvalendosi, musicalmente, di contati e fidati sodali: il batterista James Gadson, conosciuto per le sue collaborazioni con Gaye stesso, The Temptations, Bill Withers e Beck, il chitarrista degli Orgone Sergio Rios, nonché il proprio padre, quel Mike Finnigan hammondista e noto session man, già al fianco di Etta James, Joe Cocker, Bonnie Raitt.  
Evidentemente ispirati ai gruppi vocali come al northern soul, questi dieci brevi capitoli, infiorati con immediate armonie, astuti, creativi arrangiamenti e falsetti alla Smokey Robinson, non sono altro che quadretti senza tempo: riproduzione di schizzi eterni dal tratto immutabile. G.R.


ANDREA CUBEDDU


"Weak like a man"

Autoprodotto (I) - 2019

Damn money/At the mercy of my mind/Feeling sad/Storytelling/Antihero/How to be a man/Mad love blues/Nobody to blame/Orion/Good friends by my side/Something I can't have/Lost and lonesome/The call
  

Nato in quel fango che origina dall’insolita mistura di acque del Mississippi e terre sarde, brulle e arse, Andrea Cubeddu è interprete di un blues incredibilmente vivo e vibrante, rurale ma europeo, verrebbe da dire.  
Il ragazzo è giovane ma assai abile, tanto con la penna quanto con lo strumento che, per lui, è la chitarra. Sempre immerso in un contesto di cocciuta, ostinata solitudine, scalpita nel vestire di ruvida, arcaica tradizione, i suoi testi pregni di autobiografica poesia e immaginifiche visioni. Per lui, isolano di Sardegna e milanese per autoinduzione, la “Milano da bere” s’è tramutata subito in occasione d’incontri artistici e ricercate o fortuite ribalte. Pervaso dall’anima del busker oltre che del bluesman, per quanto queste due peculiari essenze tendano naturalmente a confondersi, si era già ben rivelato, per tutto ciò che di buono è, quale chitarrista e songwriter, col precedente disco Jumpin' Up And Down. E, di quel disco, Weak Like A Man è un po’ la prosecuzione: ne riprende la storia, che è storia, squisitamente umana, di limiti, gioie, timori, brucianti desideri e arrestanti insicurezze, del caparbio voler fare e di quell’incomprensibile propensione al fallimento di chi – detto con De Gregori – proprio nel fare, “cade sul suo ultimo metro”. E, questa storia, la sviluppa sempre calandola dentro il perimetro ligneo della propria, personale cornice esistenziale, certamente influenzata da uno spirito romantico, figlio dell’ancor giovane età.
Il manico della sua chitarra è spesso percorso da una nervosa, ruvida slide; lo stile è energico, selvaggio e aspro quanto la sua terra d’origine, ma già ben emancipato dall’influenza dei maestri storici del genere e dà la netta impressione di una personalità, definita nella propria indipendenza anche in termini musicali, che, di tanto in tanto, scarta di lato alla ricerca di soluzioni spiazzanti. G.R.


PAULA HARRIS


"Speakeasy"

Blu Gruv Music Rec. (USA) - 2019

Nothing good happens after midnight/I wanna hate myself tomorrow (for raising hell tonight)/Haunted/Good morning heartache/Soul-sucking man/This love is gonna do me in/A mind of her own/Something wicked (feat. Big Llou Johnson)/Trouble maker/'Round midnight/You don't look a day over fabulous/Do me good/More than you'll ever know/Forever and a day/Scratches on your back/Is you is oris you ain't my baby

  
Il denso fumo del contralto di Paula Harris, speziato e profondo, elegante e verace a un tempo, raggruma attorno a sé missaggi di blues e jazz che, sebbene vestiti di fresco, odorano di antichi armadi; di quell’epoca in cui i due generi si compenetravano amabilmente l’uno nell’altro. Glassa di vaniglia e cioccolato fondente, avrebbe definito Lou Rawls la voce di Paula che, in questo disco, dalla schietta natura acustica, si contorna di eccellenti musicisti di lungo corso, primi fra tutti il pianista Nate Ginsberg (Herbie Hancock, Sly Stone), Rich Girard (Mose Allison, Lou Rawls) oltre che il gettonato batterista Derrick “D’Mar” Martin.
Originaria del South Carolina, ma ormai di base nella San Francisco della Bay Area, il suo approccio, talvolta intimo e cospiratorio quando non smaccatamente sfrontato e assertivo, alla rievocazione di quel “sottovoce” figlio dell’illecito, tipico del qui rievocato speakeasy del Proibizionismo, affianca anche improvvise sferzate funk come in I Wanna Hate Myself Tomorrow.  
La raccolta comprende una buona dose di brani inediti, scritti da lei o, per lei, da alcune delle migliori penne locali. Ma, oltre a ciò, vi troviamo gustosi remake di classici, ripescati ora sul versante jazz, ora su quello rhythm & blues come il celeberrimo ‘Round Midnight, sul quale Paula cuce un nuovo, seducente testo, Good Morning Heartache o lo scanzonato Is You Is Or Is You Ain’t My Baby, originario hit di Louis Jordan, del quale, come nell’iniziale Nothing Good Happens After Midnight, ci colpiscono bagliori di antico swing. Squarci di soul attraversano, invece, la vespertina ballad Haunted come dosi di virulento R&B contagiano felicemente Soul-Sucking Man, You Don’t Look A Day Over Fabulous o, ancora, il sospettoso racconto di Scratches On Your Back, fino a giungere all’intenso tributo ad Al Kooper con (I Love You) More Than You’ll Ever Know.  
Una fragranza, inattesa e gradita, di tabacco alla vaniglia, si sprigiona sulle romantiche note di un notturno: sensuale malizia e seducente lascivia si inerpicano così per Something Wicked, complici e conniventi, la tromba di Bill Ortiz e l’inciso parlato, sorta di moderna poesia rap, che emerge dal basso profondo, a-la Isahac Hayes, delle corde vocali di Big Llou Johnson. G.R.


KENNY "BEEDY EYES" SMITH & THE HOUSE BUMPERS


"Drop the hammer"

Big Eye Rec. (USA) - 2019

Head pounder/Hey daddy/Drop the hammer/Scratchin' your head/What in the world/No need brotha'/Puppet on a string/Keep on pretending/Living fast/Second hand woman/One big frown/Moment of silence


Kenny “Beedy Eyes” Smith ha goduto del raro privilegio di poter guardare il blues da ambo i lati: quello della storia, della tradizione urbana chicagoana e quello della modernità. Tutto ciò, seduto in braccio a Muddy Waters, prima; e comodamente in poltrona, poi. La storia, infatti, stava già dentro casa sua, disciolta nel biberon e somministratagli da quel padre, tale Willie “Big Eyes”, che di Waters fu, a lungo, batterista. La modernità, è venuta da sé, successivamente, per elementari ragioni anagrafiche e con quel naturale esercizio di ordinata e graduale assimilazione degli stimoli circostanti di chi è calato, con attenzione, nella realtà. Dunque, solo un artista con un tale curriculum umano avrebbe potuto guardare lo stesso blues di sempre, attraverso quel prisma ottico che gli ha consentito di concepire un disco transgenerazionale come questo.
Il grande fascino di Drop The Hammer sta nell’aver saputo mantenere, mettendo sempre a denominator comune, nelle forme, la tradizione blues; spingendo, allo stesso tempo, la musica verso sonorità nuove, talvolta anche ardite. Non c’è ancora, qui, una sintesi compiuta e definitiva; il lavoro è appena cominciato e ancora scisso, talvolta nettamente, tra queste due componenti. Ma il sentiero intrapreso da Smith porta a luminosi orizzonti, la cui miglior fotografia è scattata con l’iniziale Head Pounder, dove l’impiego del sitar e di quel po’ di elettronica necessaria trasforma un classico Mississippi blues mono accordo in qualcosa di mai ascoltato prima, ma estremamente coerente con la storia di questa musica: la radice dell’albero che tocca le fronde. E mi piace proprio pensare che, dietro l’idea di aprire il disco con questo brano - decisamente il più rappresentativo dell’idea in nuce -  ci sia la lucida volontà di affermare un principio, di indicare una visione ben precisa che non avrebbe potuto essere altrettanto felicemente rivelata se non con questa prima traccia. Sebbene le affascinanti mescolanze di suoni ricercati e tradizione ritornino nel prosieguo dell’ascolto, nulla supera, per sintesi e amalgama, le vette di questo brano. Il resto del disco è, dunque, un continuo oscillare tra schietta, intatta tradizione e quanto di nuovo e diverso è stato efficacemente espresso in apertura.
Per questo, che è, poi, il suo primo disco solista dopo anni di gavetta in formazioni come Cashbox King e Mississippi Heat, Kenny Smith ha messo in pista una lussuosa band che annovera, tra le sue fila, Billy Flynn, Omar Coleman, Felton Crews, Sugar Blue, Guy King, Greg Guy (figlio di Buddy) e il nostro Luca Chiellini. Qualcosa mi dice che il suo prossimo disco sarà quello della definitiva, compiuta fioritura del bocciolo qui presente. G.R.


DANNY LYNN WILSON


"Peace of mind"

Swingnation Rec. (USA) - 2019

When will the loving start/Sympathy for your man/Peace of mind/Long way home/Love only you/Middle class blues/Shine is off/Arkansas trotter/High water/No walls/Fuss'n'fight/Too many hounds/Galway Bay


Abile vignettista delle cose prime come dei sentimenti semplici, posseduto dallo spirito del moderno trovatore, con Peace Of Mind Danny Lynn Wilson pare aver trovato il perfetto punto di equilibrio tra il suo candido, crepuscolare pennello lirico e quella tavolozza di colori nata dall’incontro con la visionaria mente artistica del talentuoso chitarrista Dave Gross, un tempo già mentore di Gina Sicilia, che qui si riscopre produttore oltre che accompagnatore e polistrumentista: chitarra, chitarra baritono, banjo, piano, Hammond, mandolino, percussioni e dite voi cos’altro, ritroviamo sotto le sue dita.
Il disco, caratterizzato da atmosfere prevalentemente acustiche, resta sospeso in quota su un vasto orizzonte che si divide, in parti eque e vena originale, tra Americana e roots music, muovendosi su un registro non dissimile da quello di un Ray Bonneville, seppur in chiave lievemente minore. Come un fascio di luce filtrante dagli spiragli di imposte appena sollevate, l’introverso songwriting di Wilson si accende sui riflessi di una voce quieta e, talora, deliziosamente afona che ben si adatta a veicolare una poetica vagamente pascoliana, cui viene facile l’incanto dinnanzi al quotidiano così come l’improvvisa, folgorante metafora tratta da ogni lirica, possibile suggestione. “Life is for living and love is for giving...” è verso che ben esemplifica, in forma di vespertina ninna nanna, la delicata narrazione dell’opera che, altrove, si fa amaramente ironica come in Middle Class Blues o si mescola ad accenni di calipso con Shine Is Off o di ragtime in High Water e ancora Fuss’n’Fight. Le massime concessioni all’amplificazione, comunque parche, sono concentrate nei soli Too Many Hounds e Arkansas Trotter, quest’ultimo indubbiamente affine al miglior Tom Waits di alcolica e fumosa memoria: in entrambi questi brani, troviamo ospiti i sassofoni - tenore e baritono - di Doug James, che ricordiamo gloriosa ancia dei Roomful Of Blues.
Accanto alla scrittura di Wilson s’adagia, discreto, l’altro segreto corresponsabile della felice riuscita di Peace Of Mind: quegli abili arrangiamenti che trovano efficace realizzazione nell’ottima scelta e giusta collocazione delle singole voci strumentali tra le trame della partitura. Voci che, di brano in brano, sono tinte pastello o accesi colori dell’anima. G.R.


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