2020 - Macallè Blues

Macallé Blues
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2020

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Shortcuts: i cd in breve...


Shortcuts: i cd in breve...: in questa sezione del sito, troverete le recensioni delle novità discografiche, ma in versione compressa!

BILL BLUE

"The king of crazy town"

Conch Town Music Rec. (USA) - 2020

Do what I do don't do what I say/Caroline time/I want it all/Everybody's leaving town/Hunker down/The king of crazy town/Indianola/You ain't fun anymore/Enough blues to give you the blues/Closing time/Mojolation

             
Cosa c’azzeccherà mai Bill Blue con Arthur “Big Boy” Crudup autore, nel 1946, del classicissimo That’s Alright Mama, primo brano inciso da “the king of Rock’n’Roll” Elvis? Beh...pochi lo sapranno ma, Bill Blue, chitarrista dalla Carolina (North o South poco importa!), è stato, nei primissimi anni ‘70, l’accompagnatore fisso di Crudup, morto il quale intraprese una sporadica carriera solista che lo portò a registrare una doppia coppia di dischi: due per la Feather e altri due per la Adelphi. Tornato sulle scene con Mojolation nel 2013, prodotto da Ian Shaw, ricompare adesso con quesso King Of Crazy Town sempre prodotto dal medesimo Shaw.
Forte di una band estesa a un vincente poker di fiati come la Funk In The Meedle Horns e che annovera, tra le sue fila, il chitarrista Matt Backer, già con Joe Cocker, Steve Earle, Emmylou Harris e Elton John, ancora una volta, Blue, mette insieme il suo blues verace, da blue collar worker, con rimasugli di psichedelia e inprovvisi lampi di originalità, quel tanto che basta per suonare, da vecchio saggio, differente dal resto delle band in circolazione oggi. E, in un disco che trionfa di inediti, c’è posto solo per una cover: quel I Want It All ripescata da un Eddie Hinton d’annata. G.R.

RUBEN MINUTO

"Think of paradise"

LPB Rec. (USA) - 2020

If you're strong/Think of paradise/Credit to your rind/Bringing light and sorrow/Where the wild river rolls/I forgot how to sip/My evil twin/Changes/The wind blew/Reasons into rhymes/Be alive

    
Potremmo definirlo un ottimo disco di “americana” all’italiana questo terzo, a proprio nome, di Ruben Minuto. Qui si mescolano, con sapienza e artigiana maestria, un pizzico di folk, country, rock’n’roll e southern rock: da quello storico dei fratelli Allman e dei Lynyrd Skynyrd a quello più contemporaneo dei Gov’t Mule. Dati tutti i trascorsi e le sue collaborazioni, Minuto è da considerarsi artista internazionale - leggasi “americano” -  probabilmente, più ancora che nazionale e il rimarchevole lavoro di sintesi operato con Think Of Paradise, nelle sue molteplici e gustose sfaccettature, sembra tanto voler rappresentare la summa di tutte le esperienze e influenze di un trentennio intero di esistenza artistica.
Sulla lunghezza di dieci inediti e una sola cover (quel Where The Wild River Rolls preso a prestito da Bob Amos) che esibiscono un raro rigore filologico, Minuto non perde occasione per introdurre, qua e là, anche qualche improvvisa, singolare divagazione: tocchi di sorprendente dinamismo che tradiscono venature di originalità e rendono ancora più vivace l’ascolto. G.R.

CHICKENBONE SLIM

"Sleeper"

Lo-Fi Mob Rec. (USA) - 2020

Vampire baby/Tougher than that/The ballad of Dick/Strolling with Chickenbone/My bad luck/Ride/Helpless/Little victory/Dignity/These things happen

    
Sebbene non singolare e sorprendente quanto il precedente The Big Beat, Sleeper testimonia comunque l’evidenza, chiara e inequivocabile, del talento di arguto autore e chitarrista ficcante di Larry Teves, in arte Chickenbone Slim.
Swingante, grintoso, dall’espressività grassa e saldamente aderente a quei canoni che oscillano tra il jump californiano, la Chicago postbellica e il Gulf Coast blues, Sleeper è stato registrato ai Greaseland Studios di Kid Andersen, con l’aggiunta di alcuni preziosi ospiti che vanno da Andersen stesso, a Laura Chavez fino a Jerry Raney e Joey Harris dei furono Beat Farmers, band di Country Dick Montana al quale è dedicata, con tutto il suo verace drive rockabilly, The Ballad Of Dick.
Unica nota dissonante rispetto al resto del disco è, invero, anche quella più poetica: la solitaria Helpless, introspettiva e toccante canzone d’amore per voce, chitarra e riverbero. G.R.

ALBERT CASTIGLIA

"Wild and free"

Gulf Coast Rec. (USA) - 2020

Big dog/Hoodoo on me/I been up all night/Heavy/Get your ass in the van/Searching the desert for the blues/Keep on swinging/Too much Seconal/Loving cup/I tried to tell ya/Boogie funk

 
La libera, cruda e imprevedibile energia che origina facilmente dalla giusta sovrapposizione del blues col rock più viscerale si incarna tutta quanta in questo live.
Registrato durante un rovente show consumatosi, a fuoco lento e costante, in quel di Boca Raton, Florida, Wild And Free è la materializzazione di tutto ciò che si può chiedere a un buon album dal vivo: volume, sudore, attitudine agli assoli e spirito da jam senza il rischio della noia, malgrado il disco superi nettamente l’ora di ascolto. Mescolando Elmore James e quella tradizione che gli deriva dall’essere stato al fianco di Junior Wells e Sandra Hall, con l’eredità di Zeppelin, Cream e Vaughan, Castiglia guida con sicurezza e contagioso drive il suo quartetto base cui si aggiungono alcuni altri qualificati ospiti, primo tra i quali Mike Zito e quello straordinario, misconosciuto hammondista che è Lewis Stephens. G.R.

POPA CHUBBY

"It's a mighty hard road"

Dixiefrog Rec. (USA) - 2020

The flavor is in the fat/It's a mighty hard road/Buyer beware/It ain't nothing/Let love free the day/If you're looking for trouble/The best is yet to come/I'm the beast from the East/Gordito/Enough is enough/More time making love/Why you wanna bite my bones?/Lost again/I'd rather be blind/Kiss

 
Trent’anni possono essere una vita intera o un solo battito di ciglia. Per Ted Horowitz, in arte Popa Chubby, che con It’s A Mighty Hard Road festeggia tre decenni nel music business, saranno entrambe le cose: tempo effettivo, il primo, e velocità con cui è trascorso - e per noi pure! - il secondo.
Per questo chitarrista, cantante e autore newyorkese, devoto al meticciato sonoro, alla mescolanza di razze musicali, e che ha sempre fatto del fastidio verso gli schemi una propria medaglia d’onore, il nuovo disco non sposta di molto il tiro, sebbene siano presenti alcuni episodi, Gordito e Enough Is Enough, che inclinano l’asse, l’uno verso orbite latine alla Santana, l’altro verso orizzonti reggae. L’impasto madre di Chubby resta, comunque, il blues, quello corpulento e muscolare che, sebbene sempre un po’ imbastardito con rock, funk e talvolta rap, si rivela come il suo biglietto da visita più autentico: quello completo di fotografia. Se proprio due sorprese vogliamo individuare, le possiamo trovare in quel paio di brani che ammorbidiscono un po’ la generale corpulenza del suono con virate vintage o soul (Let Love Free The Day e The Best Is Yet To Come ne sono i rispettivi esempi) o, per finire, un’originale versione del celeberrimo Kiss di Prince, qui resa inaspettatamente bluesy dall’armonica dello stesso Chubby. G.R.

SID WHELAN

"Waitin' for payday"

Presidio Rec. (USA) - 2020

Nina Simone/Love me right/Make some time/Midnight in the country/Legba ain't no devil/The promise/Waitin' for payday/Break it down


Eclettico chitarrista, cantante, autore e bandleader newyorkese, Sid Whelan ha imparato l’arte del songwriting direttamente da un gigante come Steve Earle e quella di chitarrista da un misconosciuto virtuoso, anch’egli cittadino della Big Apple, come Woody Mann.
Whelan non esita a fare di questo suo nuovo disco un melting pot di stili la cui ricetta comprende ingredienti ovvi come blues, soul e country e spezie inattese come ritmi e suoni di derivazione africana. E sono proprio le sinistre e sulfuree Legba Ain’t No Devil e The Promise, cioè gli episodi si disvelano chiaramente i trascorsi di Whelan con la musica etnica, a rivelarsi come i capitoli più interessanti di questo libello.
Ma sebbene, in Waitin’ For Payday, la chitarra di Whelan sappia farsi gustosamente virtuosa, melodicamente inventiva e tradisca talvolta ascendenze di sapore veracemente jazzistico, il disco rimane un po’ a mezz’aria e privo di una connotazione individuale chiara e organica, lasciando intravedere idee in attesa del loro pieno sviluppo. G.R.

MARK HUMMEL

"Wayback machine"

Electro-Fi Rec. (USA) - 2020

Flim flam/Hello stranger/So much trouble/Cut that out/Road dog/Play with your poodle/Breathtaking blues/Crazy about you/Pepper mama/Gillum's windy blues/Rag mama rag/Good gal/Reefer head woman/Five long years/Say you will/Mean old Frisco

 
Sebbene, a cavallo tra gli anni ‘80 e ‘90, Mark Hummel fosse uno degli esponenti più promettenti di quella rinascita armonicistica californiana, popolata da numerosi giovani musicisti bianchi che, ispirati soprattutto da George ‘Harmonica’ Smith e sull’onda del già affermato Rod Piazza, si sarebbero fatti notare da lì a poco, nel breve volgere di qualche disco, quasi sparì dalla circolazione.
Ricomparso sommessamente, in tempi recenti, come l’artefice principale dei Blues Harmonica Blowout, show-carrozzoni da lui ideati e attraverso i quali si è reinventato una vita artistica comparendo, di volta in volta, al fianco di un’armata caleidoscopica di armonicisti che, con lui dividono la scena, si è parallelamente riconquistato anche una minima ribalta discografica. Con questo nuovo disco, registrato ai Greaseland Studio di Kid Andersen (che, qui, compare anche in veste di bassista!) ripropone le sonorità anni ‘30 e ‘40 tipiche dell’etichetta d’epoca Bluebird. E basta dare uno sguardo alla lista dei brani per capire quanto i due Sonny Boy Williamson, I e II, Jazz Gillum e Tampa Red siano gli orizzonti verso i quali Hummel volge volentieri lo sguardo.
Accompagnato da un combo privo di batteria, dove compaiono Billy Flynn, Rusty Zinn e Joe Beard, riesce a ricreare un autentico feel rurale che gli amanti dell’armonica acustica e del country blues sapranno, di certo, apprezzare. G.R.

FRANK BEY

"All my dues are paid"

Nola Blue Rec. (USA) - 2020

Idle hands/One of these days/Calling all fools/It's a pleasure/All my dues are paid/He stopped loving her today/I bet I never cross your mind/Never no more/Ha ha in the daytime/If it's really got to be this way/Perfect day/One thing every day/Imagine

    
Se si scommettesse sul contenuto di questo disco basandosi sull’iniziale, eccitante rivisitazione latin-soul-funk dell’Eddie Palmieri di Idle Hands e sul conclusivo, glorioso, sorprendente rimaneggiamento, così corale e sanctified, dell’Imagine del duo Lennon-McCartney si potrebbe coltivare il fondato sospetto di avere tra le mani un disco eretto su idee brillanti. In realtà, ciò che troviamo racchiuso dal caloroso abbraccio di queste due parentesi è assai più convenzionale, sebbene illuminato a giorno dal plastico baritono del riscoperto Frank Bey che, questa volta vola in California e si affida all’esperto talento di Kid Andersen per la produzione.
Nel suo oscillare lento tra soul, country e R’n’B, All My Dues Are Paid è principalmente un disco di covers pescate in specchi d’acqua non sempre ordinari: così, insieme alle due riletture di Percy Mayfield, Never No More e Ha Ha In The Daytime, si affiancano incursioni nei regni lirici di Rick Estrin, Arthur Alexander, George Jones, nonché in quelli di giovani, piccole gemme come It’s A Pleasure e One Thing Every Day prese a prestito dalla penna di Mighty Mike Schermer. Mai, però, mi sarei aspettato di trovare il Lou Reed di Perfect Day, qui deprivato della rassegnata, commovente fragilità dell’originale versione, e ritoccato, sul finir di canzone, con un taglio vagamente gospel. G.R.

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